Sabina Santilli è stata un’attivista determinata e visionaria, dedicando la sua vita a migliorare le condizioni delle persone con sordocecità. Nacque il 29 maggio 1917 a San Benedetto dei Marsi, due anni dopo il devastante terremoto del 1915, durante il quale la sua famiglia perse due figli e la casa, distrutta dalla violenta scossa. Nel 1924, all’età di soli sette anni, Sabina contrasse la meningite, che nel giro di una settimana la lasciò sorda e cieca:
«La sera del giovedì santo, dal letto di mia mamma, diedi un ultimo sguardo attorno. L’indomani mattina, venerdì santo, udii l’ultimo grido, seguito da una sbattuta di porta. Da allora niente più. Fu il buio pesto senza una voce».
Nonostante le difficoltà nella gestione di una così grave ed improvvisa disabilità, Sabina e la sua famiglia non si persero d’animo. Decisa a non lasciarsi sopraffare, si dedicò agli studi e alla formazione, imparando il metodo Braille e il sistema di comunicazione tattile per persone con sordocecità sviluppato da Eugenio Malossi, anch’egli con disabilità visiva e uditiva. Scoprì l’esistenza del Regina Margherita di Savoia, un istituto dedicato all’educazione dei bambini ciechi, fondato grazie alla determinazione del professor Augusto Romagnoli, un educatore cieco di grande carisma. Sotto la guida di Romagnoli, Sabina apprese il francese e successivamente si dedicò anche allo studio dell’esperanto, dell’inglese e del tedesco. Le numerose riviste a cui era abbonata le permisero di mantenere un prezioso contatto con il mondo esterno. Abile dattilografa, Sabina intensificò la sua corrispondenza, rispondendo puntualmente a tutti e offrendo il suo sostegno. Fu così che venne a conoscenza delle difficili condizioni di molti ciechi, spesso abbandonati. Da quel momento in poi maturò in lei l’idea di voler aiutare coloro che si trovavano nella sua stessa situazione ma costretti ancora nell’isolamento più totale. Fu proprio da questa esigenza che fondò la Lega del Filo d’Oro nel 1964, un’organizzazione che si occupa della riabilitazione e dell’integrazione delle persone sordocieche e con altre disabilità sensoriali. La sua determinazione e il suo spirito indomito la portarono a creare una rete di supporto che ha avuto un impatto duraturo e significativo in Italia. Sabina è spesso paragonata a Helen Keller per il suo lavoro pionieristico e la sua capacità di superare le barriere imposte dalla sua condizione. La sua vita è un esempio di come la forza di volontà e la solidarietà possano trasformare le difficoltà in opportunità, lasciando un’eredità di speranza e inclusione per le generazioni future.
Sabina Santilli è scomparsa il 12 ottobre 1999, ma il suo lavoro continua a ispirare e a fare la differenza per molte persone, lasciando un’eredità duratura attraverso la Lega del Filo d’Oro.
Loda Santilli, sorella di Sabina Santilli, ha scritto diversi libri per onorare la memoria e il lavoro di Sabina. Uno dei suoi libri più noti è “Un faro nella notte”, che racconta la vita e le opere di Sabina. Loda ha anche curato la pubblicazione dell’autobiografia di Sabina.
«Sabina aveva occhi neri dolcissimi, capelli lisci e corvini. Robusta e calma, precoce con un’intelligenza viva, non aveva ancora sette anni che dava già il suo piccolo aiuto nelle faccende di casa. Con le sorelline era molto affettuosa, sempre pronta ad aiutarle o a portarle a spasso tenendole in braccio. Era di passo svelto, dotata di un acuto spirito di osservazione, attenta e riflessiva, perciò immagini e suoni s’impressero decisamente nel suo spirito al punto da averli ancora presenti e vivi dopo quarant’anni di cecità e sordità. Sabina era particolarmente affezionata al fratello Ettore per la grande bontà che questi dimostrava. Spesso Sabina ed Ettore ragionavano insieme di fronte agli spettacoli della natura. Sovente la sera restavano incantati a guardare il cielo stelato: Sabina ascoltava estasiata i commenti del fratello maggiore sull’immensità dell’universo o sulle curiose immagini che i loro occhi di bimbi scorgevano sulla faccia della luna. In molti discorsi di Sabina adulta subentrarono ancora, e con trasporto, i ricordi di Ettore».
«Mentre attraversavamo il paese per recarci in campagna, Sabina un giorno mi disse: “il negozio di Bartolomeo è già aperto” ed io “ma come hai fatto a saperlo?”, “ho sentito i profumi della drogheria”.
Un’altra volta mi disse “Si sente odore di patate lesse”; mi volsi verso l’abitazione e, attraverso la porta spalancata, vidi la massaia che sbucciava le patate. Io che non sfruttavo il senso dell’olfatto, perché ho gli altri sensi, rimanevo sorpresa. Ancora di più lo fui quando un giorno mi disse: “Ora ti descrivo le varie sfumature dei colori del tramonto e tu mi dirai se sono giusti”. Incominciò partendo dall’azzurro: via via tutte le sfumature dei colori con una descrizione così viva che per un momento dimenticai che non ci vedeva. Attenta controllavo, non ne saltò neppure una ed i colori che descriveva, prendendoli dai suoi ricordi, erano precisi. Le ore più belle le passavo nelle passeggiate in campagna, ormai lei era diventata la mia amica intima.»

