Il lago del Fucino si estendeva per circa 155 km² e la sua profondità variava tra i 18 e i 22 metri. Era il terzo lago più grande d’Italia, dopo il Lago di Garda e il Lago Maggiore ed il più alto d’Italia, situato a circa 600 metri di altitudine.
Il lago era alimentato principalmente da circolazione idrica sotterranea ed era privo di un emissario e le acque non potevano defluire, il che rendeva il suo livello e la sua estensione molto variabili, nonché rendeva l’acqua insalubre. L’imperatore romano Claudio fu il primo a tentarne il prosciugamento, realizzando un progetto tra il 41 e il 52 d.C. che prevedeva la costruzione di un emissario per smaltire le acque nel fiume Liri. Claudio organizzò anche imponenti spettacoli navali, le Naumachie, la più famosa nel 52 d.C. organizzata proprio per celebrare l’inizio dei lavori di prosciugamento e che coinvolse centinaia di galere e circa 19.000 schiavi: l’Imperatore stesso, insieme a sua moglie e al suo figliastro Nerone, assistette allo spettacolo da un chiosco appositamente costruito ai bordi del lago.
Con la caduta dell’Impero Romano e le invasioni barbariche, la manutenzione dei canali cessò, e il lago tornò alla sua condizione originaria. Nel Medioevo, il Fucino era di nuovo un lago chiuso con un regime idrico irregolare.

Nel 1852, una società francese iniziò un nuovo progetto di prosciugamento, che fu poi continuato dal duca Alessandro Torlonia. Le operazioni di bonifica del bacino furono completate tra il 1875 e il 1876, coinvolgendo maestranze e tecnici qualificati che ristrutturarono gli emissari, i cunicoli e l’Incile. Le acque del Fucino defluirono completamente nel fiume Liri attraverso il canale collettore, e sul Monte Salviano furono ampliati i vecchi cunicoli di servizio e aggiunti nuovi pozzi.
Il prosciugamento completo del lago richiese 25 anni e l’impiego di 400.000 operai, molti dei quali persero la vita durante i lavori. Il 1° ottobre 1878, il lago fu dichiarato ufficialmente prosciugato, trasformando i pescatori del bacino in agricoltori. Nel 1875, re Vittorio Emanuele II conferì ad Alessandro Torlonia il titolo di “Principe del Fucino” in riconoscimento dell’opera. Una rete di strade fu costruita attorno al bacino, con una strada principale di 52 km e numerose strade rettilinee che lo attraversavano. Dei circa 16.000 ettari di terreno che si ricavarono dalla pianura, una parte venne assegnata agli abitanti locali e il resto rimase di proprietà dei Torlonia.
In seguito alle lotte contadine del secondo dopoguerra, localmente dette “riverse” ovvero scioperi alla rovescia, la riforma agraria del 1950 portò alla formazione dell’Ente per la Colonizzazione della Maremma Tosco-Laziale e del Fucino, mutato in seguito in Ente Fucino. L’espropriazione anticipata delle terre fucensi ai danni dei Torlonia segnò un incremento delle produzioni agricole e favorì le condizioni socio-economiche del territorio. Attualmente, presso il borgo Incile (Avezzano), è possibile visitare i cunicoli di Claudio con visite guidate organizzate dalle associazioni culturali del posto, ammirando la grande ingegneria degli antichi romani.
